Privatizziamo, dove e come

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Arriviamo al cuore del libro. Privatizzare qui significa ben altro che la semplice dismissione delle partecipazioni statali. La proposta di Privatizziamo! quanto a organizzazione del Paese è così sintetizzabile: rendere privato pressoché tutto quello che oggi lo Stato gestisce con intervento diretto nella produzione di beni e servizi e molte delle strutture che concorrono alla sua attività amministrativa, al fine di migliorare la qualità dei servizi e incrementare la libertà dei cittadini. Compete allo Stato legiferare, regolamentare e vigilare. Restano pubblici esercito, giustizia e polizia, in quanto garanti di sicurezza e legalità per il cittadino. L’impiego pubblico si limita agli organici indispensabili a espletare queste funzioni. Tutto il resto è privato. Con il gettito tributario lo Stato acquista per i cittadini alcuni servizi – direttamente o attraverso l’assegnazione di vaucher – e prestazioni di interesse collettivo sul libero mercato. Altri servizi perdono la loro natura pubblica e vengono acquistati dai cittadini da imprese private. La capacità di spesa dello Stato è minore rispetto a quella attuale, conseguentemente è possibile ridurre le tasse. La pressione fiscale non superava il 15% del pil durante il ventennio fascista. Aveva raggiunto il 18% nel dopoguerra ed era di poco cresciuta sino alla riforma tributaria del 1972. In seguito è schizzata su, giungendo, nel giro di pochi anni, all’attuale 50% in termini reali. Un dato spropositato che meglio di ogni altro evidenzia quanto la spesa pubblica sia cresciuta e sia auspicabile un trasferimento di risorse alle famiglie e alle imprese. Esse di norma spendono meglio e utilmente.